The Place

14.04.2020

In questi giorni di quarantena, l’hobby della maggior parte degli italiani è quello di andare a caccia di hobby che ci facciano trascorrere le giornate, che durano un’eternità, occupando il tempo in maniera sensata. Non è un’attività semplice cercare qualcosa che possa catturare la nostra attenzione e che ci faccia concentrare in un momento storico in cui siamo completamente sfasati e in cui la soglia dell’attenzione è pari a quella che hanno i vermi del formaggio...

Qualche giorno fa, su Netflix, ho scelto di guardare questo film ed oggi mi va di parlarvene e di condividere qualche riflessione.

“The Place” è un film di Paolo Genovese, uscito nei cinema italiani nel novembre 2017. Il cast che lo compone è assolutamente di rilievo all’interno del panorama italiano e comprende fra gli altri Valerio Mastandrea, Silvio Muccino, Rocco Papaleo, Sabrina Ferilli, Vittoria Puccini, Alessandro Borghi, Marco Giallini ed altri importanti interpreti.

La storia ruota tutta attorno alla figura di un uomo, a cui nel film non viene dato nome, interpretato da Valerio Mastandrea che tutti i giorni è seduto all’ultimo tavolo di un locale chiamato The Place in compagnia della sua fedelissima agenda nera. Tutta la narrazione avviene all’interno del locale, sono pochissime ed irrilevanti le immagini esterne, non utili allo svolgimento, bensì all’idea di scorrere del tempo. Sulla sedia di fronte a quest’uomo misterioso si siederanno svariate persone durante la giornata, ciascuna con richieste da fare più o meno sensate; l’uomo, che ad ogni colloquio prende appunti sulla sua agenda, finirà per proporre alla persona di fronte a lui un accordo qualora reputi il desiderio realizzabile altrimenti rifiuterà in quanto non può proporre accordi per qualcosa di impossibile. Ogni accordo è composto dalla richiesta della persona e da un compito da eseguire, ottemperato al quale il desiderio sarà accolto. I compiti proposti alle persone sono spesso i più crudeli che si possano immaginare, azioni che violano ogni principio morale e che non possono essere assolutamente accettati da chiunque faccia di un vivere corretto il proprio stile. Non sono però impossibili, questo è il nodo di tutto il film. Le situazioni sono le più varie: una donna che vuole che il proprio marito guarisca dall’alzheimer dovrà perpetrare una strage in un ambiente affollato creando e piazzando una bomba, una suora che ha perso la connessione con Dio dovrà farsi mettere incinta per ritrovarla, un poliziotto che deve recuperare i soldi di una rapina dovrà pestare a sangue una persona per ritrovarli, un meccanico per passare una notte di sesso con una modella dovrà proteggere una bambina, la stessa bambina che invece dovrà essere uccisa da un padre il cui desiderio è quello di guarire il proprio figlio malato. Queste e altre storie finiranno per intrecciarsi nel film diventando a volte ostacolo al desiderio altrui. Non è chiaro chi sia l’uomo misterioso, né perché faccia quello che fa: quando gli chiedono il perché proponga compiti così crudeli e inaccettabile risponde semplicemente “perché c’è qualcuno disposto a farli”. L’uomo è sempre più stanco, dorme poco e male, gli intrecci creati rischiano dì sfuggirgli di mano, fino a quando durante un colloquio con la cameriera del The Place non rivela il suo stato d’animo e il suo desiderio, cioè quello di essere un tramite per tutte le mostruosità umane e di essere stanco di dover osservare tutto quel male atroce. La cameriera Angela ribalta i ruoli, inizia a prendere appunti sulla stessa agenda nera e gli propone un accordo per soddisfare il desiderio appena espresso: così facendo in qualche modo sembra liberarlo da quella oppressione e da quel ruolo così insostenibile e la prova è la pagina dell’agenda che va a fuoco, testimonianza che il desiderio è stato accolto.

Il ruolo di emissario del male è secondo me interpretabile in diversi modi: è la chiave del film, il protagonista che muove i fili dei burattini che ora dopo ora siedono davanti a lui, è la parte della psiche umana che si spinge oltre l’altra parte di psiche dominata dalla morale. Quando a prevalere è la parte morale, siamo disposti a rinunciare e ad accettare ciò che è successo senza provare a cambiarlo perché non ne saremmo in grado, preferiamo fare del nostro vivere un percorso che sia privo di macchie che possano nascondere quanto di bene e di bello ricordiamo: consci della sofferenza e della profonda ingiustizia della vita, ci rassegniamo a rimboccarci le mani e ripartire quando e come sentiamo di doverlo fare. Quando la parte malata della nostra psiche oscura tutto, l’uomo è disposto a compiere atti spregevoli e condannabili, con l’aggravante di farlo con piena consapevolezza dell’azione, ma in quel momento trascurando completamente le conseguenze perché troppo forte e troppo prepotente è la tentazione di rimediare a uno sbaglio compiuto dalla vita che ci ha portato via qualcuno, ci ha fatto meno ricchi o meno belli di altri, ci ha fatto non vedenti, ci ha fatto compiere errori che non digeriamo. Ad ogni desiderio chiesto all’uomo riguardante aspetti importanti della vita tali da sovvertirne l’ordine, il compito proposto implicava costantemente il commettere nuovi e gravi errori o malefatte col rischio che per cancellare i primi fosse necessario un accordo, per cancellare i secondi errori ne fosse necessario un altro e via così in un loop senza uscita.
Non possiamo dominare il corso della vita nostra e degli altri al 100%, possiamo indirizzarlo col nostro agire, non possiamo decidere sul destino di nessuno, possiamo interferire sul nostro mediante il nostro vivere, ma quando scegliamo di ascoltare gli istinti che oscurano la nostra mente, rimediare è un atto che ci costerà caro. Tutto questo non lo vedo sotto un aspetto necessariamente religioso, anche se la contrapposizione bene-male e angelo-diavolo sicuramente si presta come interpretazione... sono purtroppo ancora molte le azioni che per scopi fintamente religiosi si compiono distruggendo vite e popoli che non hanno colpa se non quella di essere al posto sbagliato al momento sbagliato; perciò preferisco sia una riflessione laica sull’agire che la nostra coscienza ci spinge a intraprendere piuttosto che farne qualcosa inerente la religione, che invece secondo me dovrebbe divulgare messaggi più chiari e aderenti il Credo che dicono di rappresentare.


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